Piccole storie

di ordinaria follia. A Bogotà devi essere pronto a sorridere, perché possono sempre capitare (e capitano) situazioni che stanno qualche centimetro al di là dell’immaginazione. Momenti di lucida insensatezza, personaggi usciti da un romanzo di García Márquez – ma perfettamente inseriti nel mio quartiere.

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NUOVI INIZI

Povero blog, l’avevo abbandonato. Questo soprattutto per: 1. Il suicidio inaspettato e senza spiegazioni del mio Mac (con storia annessa che se riesco racconteró in altro post), ma soprattutto 2. L’inizio di un lavoro VERO.

Ebbene sí, da ormai un mese abbondante sono stata catapultata in un nuovo mondo, pieno di piccoli e adorabili mostri che mi salutano ogni mattina con uno sgangherato “Bongiorno Maestra”. Faccio la maestra elementare in una scuola italiana di un bel quartiere di Bogotá. Le sorprese della vita.

Devo dire che l’inizio é stato un po’ duro, complice anche l’orario da mattanza metropolitana – il mio orario inizia alle 6.45, tutti i santi giorni. Ma piano piano mi sto abituando a dover gestire classi di 27 o 28 bambini di seconda elementare; e tra una processione al bagno in fila per due e una ricomposizione della lite scatenata da un “mi ha fregato il temperino”, ci sto anche prendendo gusto a insegnare l’italiano alle piccole pesti.

Siccome anche Sebastián ha iniziato a insegnare in Universitá, ci siamo ritrovati in un battibaleno ad essere una familia di professori, che la sera si raccontano gli aneddoti simpatici della giornata. Come quel giorno che Emiliana, 8 anni, mi ha detto che la terza elementare dura solo tre mesi, e non c’é stato verso di farle scrivere “Anno 2017-2018” sulla prima pagina del quaderno, “perché tanto a gennaio la terza sará giá finita”.

So che ho tutto da imparare, in questo nuovo contesto, e infatti tempesto le povere colleghe di domande, cercando di succhiare il succo della loro esperienza. E so che ci vorrá tempo prima di ingranare davvero. Peró a un mese e mezzo dall’inizio della scuola il bilancio é positivo. E non ho ancora fatto (grossi) danni.

Il mondo é dei ciclisti (almeno un giorno a settimana)

Dopo sei anni, Mimí torna sulle due ruote. Mi sono comprata una bici di seconda mano, cosí finalmente posso scorrazzare libera facendo lo slalom tra le buche e i passanti, fischiettando e pure cantando ad alta voce come piace a me.

Ho scoperto: che tutto sommato il colombiano al volante rispetta il povero ciclista; che per un arcano motivo un gran numero di ciclisti se ne fotte della pista ciclabile che c’é dall’altra parte della strada e preferisce andare in contromano sulla corsia opposta; che ci sono salite lá dove uno non si era proprio mai accorto (come quando dopo anni che stavo a Torino mi sono accorta che via po é in pendenza).

E poi c’é la domenica, il giorno del ciclista. Ogni domenica tutte le strade principali di Bogotá si trasformano in enormi piste ciclabili e viabili, per la gioia di quasi tutti. Sembra di avere uno Yom Kippur ogni fine settimana… Bambini, gente che corre, cani, pattini, anziani a passeggio, uno che monta sullo skateboard e si fa trainare dal suo cane, e ovviamente tante bici. Dovrebbero esportare questa cosa, mi sembra una grande invenzione. E la cittá respira.

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QUANDO SPIOVE.

Si dice che gli avventurieri che arrivarono per primi da queste parti, lanciandosi alla scoperta di un enorme continente sconosciuto, alla ricerca di oro e altre bellezze, fecero una sosta proprio nel luogo dove sono stata oggi. Pioveva come Dio la mandava. Stanchi e fradici, si dissero “Fermiamoci qui, ci riposiamo, e quando spiove riprendiamo il nostro cammino”. Ma avevano sottovalutato la tenacia della pioggia tropicale.

Cosí grazie a quegli avventurieri e a quella pioggia incessante, lí é nata Bogotá. Piccolo borgo che oggi conta circa nove milioni di anime. Ho passeggiato per le vie di questo barrio, chiamato la Candelaria, che nasconde tante storie quanti sono i suoi angoli. Ho fotografato un po’, soprattutto il miei soggetti preferiti: porte, graffiti, ombre e vecchini.

L’album completo lo trovate qui.

UN ANNO.

Siamo in partenza per Villa de Leyva, un paese a 3 ore da Bogotá dove andremo a festeggiare il nostro primo aniversario. Stamattina nel dormiveglia pensavo a quella settimana prima del 10 aprile dell’anno scorso, cosí densa e pazza e bellissima. Quando ormai avevamo risolto tutti i problemi, anche quelli piú assurdi (trovare un’addetta ai fiori che accettasse di entrare in una chiesa, oh-my-god, perdipiú nel quartiere musulmano della Cittá Vecchia; il fratello bloccato all’aeroporto di Milano senza il passaporto dei bambini; il ristorante trovato a meno di due mesi dal matrimonio; organizzare una cerimonia in varie lingue, dallo spagnolo all’arabo; e vari eccetera).

Gli scongiuri contro la pioggia e l’addio al nubilato fatto il giorno prima in un hammam – non potevo avere un’idea migliore. E poi l’emozione di affacciarmi in chiesa e vedere tutte quelle facce amiche, come nei sogni in cui contesti diversi si mescolano e ti trovi a mangiare un panino con la maestra dell’asilo, il tuo vicino di casa e lo zio d’America. Erano tutti – o quasi – lí in quel momento, e io dovevo solo fare quei venti metri che mi separavano dal mio futurissimo marito. Vorrei tornare indietro e rivivere quel momento, all’infinito. L’inizio di qualcosa di bello, a volte difficile, ma quotidiniamente rigenerante. Il matrimonio per me é questo, scoprirsi ogni giorno di fianco a un altro, imparare a immergersi nell’altro per capire sé stessi. É stato un anno di cambiamenti, ho lasciato casa, lavoro, continente, ma é stato soprattutto un anno di questa scoperta quotidiana che si chiama matrimonio.

Il mio pensiero in questo momento va alle amiche e agli amici che si stanno preparando al grande passo: godetevi a fondo questi mesi, o queste settimane, che mancano. Non stressatevi (troppo) e soprattutto … niente paura. Il bello deve ancora arrivare, e arriverá.

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Ah per chi vuole vedersi qualche foto di quel 10 aprile, eccole qua.

DI CALCIO E DI CARTA DA FORNO.

Mi fa tenerezza un Paese dove la gente segue le partite di qualificazione ai mondiali come se fossero, più o meno, i quarti di finale. In Europa guardiamo i mondiali, certo, ma non so in quanti abbiano seguito dal supermercato o dal posto di lavoro le qualificazioni degli azzurri a Russia 2018. Intendo anche le persone – come me – che s’interessano di calcio con la stessa intensità con cui seguono le oscillazioni della borsa di Copenaghen.

Ecco, qui è diverso. La Colombia, se si qualifica, è già a un passo dal paradiso. Così negli uffici ci si ferma, a scuola c’è sempre un professore che organizza la proiezione in qualche aula, e al telegiornale sai che comunque vada non parleranno d’altro (come dicevo qui).

Ti capita anche di star facendo la spesa in un grande supermercato, e tra il reparto alcolici e quello dei prodotti da bagno ti piazzano un bello schermo da cui seguire la partita. C’è l’addetto ai salumi che ti dice come avrebbe organizzato lui la formazione, e la signora col carrello che inizia a gridare ogni volta che ci avviciniamo all’area di rigore.

Poi sono finita vicino al reparto tecnologico, e pure lì avevano usato uno dei televisori in vendita per seguire la diretta. Su quello ho visto il gol di James Rodriguez (che per la cronaca ha segnato l’1-0 della vittoria). A un certo punto arriva una signora che vuole comprare proprio QUEL televisore, e inizia a prendere le misure mettendocisi giustamente davanti. Quasi partono i fischi dalla curva nord. Per fortuna capisce da sola che non è il caso e si sposta.

Io, tra le mie ricerche infinite di prodotti che tutto sommato mi sembrano normali (ho cercato per credo venti minuti la carta da forno, e dopo aver chiesto all’ennesimo omino del supermercato ho scoperto che l’avevano nascosta tra i detersivi…), dicevo io, tra una cosa e l’altra, mi sono divertita a vedere spezzoni di partita, ma mi sono divertita di più a vederli in quel contesto insolito. Ora, non mi immagino come sarà il prossimo anno se si passa la qualificazione.

LA SOLITUDINE DELL’AMERICA LATINA.

Ho letto solo oggi, con qualche decina d’anni di ritardo, il discorso che Gabriel García Márquez pronunciò alla cerimonia di consegna del premio Nobel per la letteratura (dicembre 1982, per la cronaca). Brillante e amaro, viscerale e fiero. Mi è sembrato molto attuale, nel suo dipingere il senso di frustrazione e di solitudine di un continente che si vede sempre mal interpretato da un Occidente che non ha più molto da insegnare a nessuno.

Ripropongo di seguito la ultima parte, in italiano. Per leggere tutto il discorso (se non lo avete mai fatto ne vale la pena), cliccate qui. Se preferite leggerlo in lingua originale, invece, lo trovate qui.

“L’America Latina non vuole essere una pedina senza libero arbitrio, e non c’è ragione perché lo sia. E non ha nulla di chimerico il fatto che i suoi propositi d’indipendenza e originalità diventino un’aspirazione dell’Occidente. Ciò nonostante, i progressi della navigazione che hanno tanto ridotto le distanze fra le nostre Americhe e l’Europa sembrano invece averne aumentato la distanza culturale. Perché l’originalità che ci viene riconosciuta senza riserve nella letteratura ci viene negata con ogni tipo di sospetti nei nostri difficilissimi tentativi di cambiamento sociale? Perché pensare che la giustizia sociale che gli europei d’avanguardia tentano di imporre nei propri paesi non possa essere anche un obiettivo latinoamericano con metodi diversi in condizioni differenti? No: la violenza e il dolore smisurati della nostra storia sono il risultato di ingiustizie secolari e amarezze inenarrabili, e non una congiura ordita a tremila leghe da casa nostra.

Tuttavia, molti dirigenti e pensatori europei lo hanno creduto, con l’infantilismo dei nonni che hanno dimenticato le proficue follie della loro giovinezza, come se non fosse possibile altro destino se non quello di vivere alla mercé dei due grandi padroni del mondo. È questa, amici, la dimensione della nostra solitudine. E tuttavia, di fronte all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né i diluvi né le pestilenze, né le carestie né i cataclismi, e nemmeno le guerre eterne attraverso i secoli dei secoli sono riusciti a ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte.

Un vantaggio che aumenta e accelera: ogni anno ci sono settantaquattro milioni di nascite in più rispetto alle morti, una quantità di nuovi esseri viventi in grado di accrescere di sette volte ogni anno la popolazione di New York. La maggior parte di loro nasce nei paesi con meno risorse, compresi, naturalmente, quelli dell’America Latina. I paesi più prosperi, invece, sono riusciti ad accumulare abbastanza potere di distruzione da annientare cento volte non solo tutti gli esseri umani che esistono oggi, ma la totalità degli esseri viventi che sono passati per questo sfortunato pianeta.

In un giorno come quello di oggi il mio maestro William Faulkner disse in questa sala: «Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo». Non mi sentirei degno di occupare questo posto che fu suo se non fossi pienamente consapevole che, per la prima volta dall’inizio dell’umanità, il colossale disastro che egli si rifiutava di ammettere trentadue anni fa è ora soltanto una semplice possibilità scientifica. Di fronte a questa sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra.”

COLAZIONE CON SUPPOSTA.

Stamattina ero di corsa e con mezza colazione fatta sono uscita di casa. Ma ho avuto il tempo di passare dalla nostra panetteria di fiducia, che è gestita da un gigante buono francese e da sua moglie, minuta, delicata e colombiana. Volevo uno di quei pan au chocolat che fanno, nella migliore tradizione francese, ma stamattina non ne avevano. Allora il proprietario, che per noi si chiama Jean François, con la sua faccia da bambino troppo cresciuto, mi ha strizzato l’occhiolino e mi ha detto a bassa voce col suo accento francese: “Ma non c’è  problema, te lo faccio subito un pan au chocolat!”. Ha preso un panino caldo appena sfornato e ci ha messo dentro una barretta di cioccolato. I vecchi rimedi della nonna funzionano sempre. Fin qui tutto bene, se non che mentre infilava la barretta nel “didietro” del panino, gli è meravigliosamente tornato in mente che da bambino è stato sempre curato a supposte. E ha iniziato con il suo tono più candido a elogiarmi il vecchio metodo della supposta, che non danneggia lo stomaco e va dritta a curare là dove c’è bisogno. Il tutto seguito da gesto eloquente nel caso non avessi capito bene. “Mio padre era chimico e mia madre infermiera – mi diceva mentre pagavo il mio pan au chocolat e scambiavo occhiate divertite con sua moglie – Io e i miei fratelli siamo cresciuti senza mai prendere antibiotici né pastiglie”. Jean François è un pozzo di saggezza. Sono uscita dalla panetteria pensando che la supposta a colazione non mi era ancora capitata.

NATURA VIVISSIMA.

Ieri insieme ad alcuni amici mi sono immersa nella Natura colombiana. Quella con la N maiuscola: maestosa, viva, lussureggiante e a volte un po’ beffarda. Siamo andati in una riserva naturale a oriente di Bogotà, chiamata Chingaza, dove entrano solo 40 persone al giorno. Una strada interminabilmente sterrata per arrivarci, tra le montagne, la nebbia e qualche cervo. Quando mi veniva in mente la famosa nebbia in val padana, qualcuno mi ricordava che qui siamo a più di 2600 metri, e questo specifico clima si chiama Páramo. La vegetazione principale sono i Frailejones piante che crescono di un centimetro all’anno e per vivere assorbono l’umidità presente nell’aria. Mica sceme.

Quando arriviamo finalmente alla riserva sono le 11 passate, qualcuno ha già fame ma ci mettiamo in cammino. Dopo pochi minuti siamo sulla cima della collina, da dove si ammira lo spettacolo della “laguna” (un lago in realtà). Il tempo non è il massimo, la crema solare totalmente inutile, ma almeno non piove – per il momento. Lassù il sentiero si divide in due: quello corto e quello lungo. Ovviamente prendiamo quello lungo, ci saremo mica sparati tutto questo viaggio per ‘na passeggiatina?! Nessuno prende sul serio il cartello all’ingresso del sentiero “No Pase”, e passiamo.

Il bosco è selvaggio, si vedono tutte le tonalità possibili di verde, piante strambe, alberi pelosi. A un certo punto sembra di essere nel bosco incantato, ci si aspetta che esca un Hobbit da un momento all’altro. Continuiamo, su e giù per la montagna. I segnali gialli, pochi, ci indicano che siamo sul giusto sentiero. Dopo qualche ora, mentre i nostri piccoli Mogwli stanno scendendo verso un fiume, inizia a piovere. E il sentiero che già era umido si trasforma in un fiume di fango. Bella la natura, sì. Saltellando tra una pozza e l’altra, scivolando con tutto il piede nel fango, aggrappandosi ai rami per non caderci dentro, piano piano arriviamo al fiume. Sta ancora piovendo – per fortuna non proprio le piogge torrenziali che ogni tanto capitano da queste parti. Secondo le previsioni dovremmo essere comunque quasi alla fine del percorso. Peccato che una volta arrivati al fiume il sentiero s’interrompe. Nessuna traccia di segnali gialli per continuare. Siamo bloccati. L’unica a questo punto è… tornare indietro da dove siamo venuti.

Alle 4, stremati e inzaccherati, arriviamo al punto di partenza. Siamo gli ultimi esseri umani nella riserva, e ci facciamo una foto ricordo con quel fatidico cartello “No Pase”. Le ultime riserve di cibo le regaliamo a un cervo sfacciato, che tanto ormai la fame non ci fa più paura. Ci mettiamo in macchina sperando di uscire dalla strada sterrata prima che faccia buio. Arriviamo a Bogotà in serata, e ci spariamo un triplo hamburger con salsiccia. La gente ci guarda strano, forse per via di quei chili di fango attaccati alle scarpe.

Nonostante le avventure da libro della giungla è stata una gran giornata, ci siamo divertiti parecchio, anche perché la compagnia ha saputo tenere alto il senso dell’umorismo anche nei momenti più neri.

Ah, per l’occasione ho spolverato la mia Reflex, che da anni stava nel cassetto. Altre foto le trovate su Flickr. Oggi sono già alla terza lavatrice. E dopo mi sa che mi tocca lavare la lavatrice.

IL MAR MORTO A BOGOTÀ

Sapevo che sarebbe finita così. Dopo tre giornate a macinare chilometri in questa città immensa, distribuendo CV a destra e a manca (bè il più delle volte lasciandoli in custodia a portinai annoiati che non riescono a ripetere il mio cognome senza sbagliare almeno tre lettere), l’imprevisto ha prevalso. No, non mi hanno chiamato per un colloquio. Però torno a casa con un fantastico cofanetto di creme esfolianti del mar morto. Anzi due, per la precisione. Sì perché mentre già stavo in cammino verso casa, con i miei 13.950 passi nelle gambe, sono casualmente passata vicino a un microscopico banchetto dove è bastata ad attirarmi la frase “…creme del mar morto”. A pronunciarla un simpatico ragazzo che si è poi rivelato un ottimo venditore. Non ho potuto trattenermi dal dirgli immediatamente: ehi, io ci ho vissuto cinque anni proprio vicino al mar morto. So che non aveva un gran senso ma il solo sentire nominare un luogo che conosco bene e che sta dall’altra parte del mondo (o quasi) mi ha galvanizzato. E così quello ha iniziato a passarmi roba sulle unghie sulle mani, creme, sali purificanti, creme, sali purificanti, e insomma ridendo e scherzando mi ha convinto che quei prodotti erano buoni. Quando mi è venuto in mente che probabilmente quella roba era prodotta in qualche colonia israeliana illegale era troppo tardi. Il mio senso etico è andato a farsi benedire di fronte alla pelle super morbida e alle unghie lucenti.

Comunque, il punto ora non sono le creme – che comunque sono contenta di aver qui accanto a me. Il punto è che il Medio Oriente continuerà a “perseguitarmi” per il resto della mia vita. Prima di partire da Gerusalemme mi disse Carla, la mia capa: “la Terra Santa forma come un buco nella vita di chi ci è stato e ci ha passato un tempo, un buco verso cui tutto converge”. Ed è così. Molte delle persone che conosco e che ci sono state, chi per breve chi per lungo tempo, prima o poi ci tornano. Con il pensiero o molto spesso fisicamente. Gerusalemme ha qualcosa di magnetico, difficile resistere. E noi di tanto in tanto ci facciamo una partita di Shesh Besh, come i vecchi nelle strade del quartiere musulmano della Old City. O andiamo a mangiarci un hummus in un ristorante libanese niente male. La domenica mattina facciamo colazione ascoltando Klezmer, che ci ricorda quel pazzo di Yonathan e la sua band.

Ok ora scusate ma ho in sospeso una manicure del mar morto. E poi speriamo che trovi anche un lavoro, sarebbe carino.