UN ANNO.

Siamo in partenza per Villa de Leyva, un paese a 3 ore da Bogotá dove andremo a festeggiare il nostro primo aniversario. Stamattina nel dormiveglia pensavo a quella settimana prima del 10 aprile dell’anno scorso, cosí densa e pazza e bellissima. Quando ormai avevamo risolto tutti i problemi, anche quelli piú assurdi (trovare un’addetta ai fiori che accettasse di entrare in una chiesa, oh-my-god, perdipiú nel quartiere musulmano della Cittá Vecchia; il fratello bloccato all’aeroporto di Milano senza il passaporto dei bambini; il ristorante trovato a meno di due mesi dal matrimonio; organizzare una cerimonia in varie lingue, dallo spagnolo all’arabo; e vari eccetera).

Gli scongiuri contro la pioggia e l’addio al nubilato fatto il giorno prima in un hammam – non potevo avere un’idea migliore. E poi l’emozione di affacciarmi in chiesa e vedere tutte quelle facce amiche, come nei sogni in cui contesti diversi si mescolano e ti trovi a mangiare un panino con la maestra dell’asilo, il tuo vicino di casa e lo zio d’America. Erano tutti – o quasi – lí in quel momento, e io dovevo solo fare quei venti metri che mi separavano dal mio futurissimo marito. Vorrei tornare indietro e rivivere quel momento, all’infinito. L’inizio di qualcosa di bello, a volte difficile, ma quotidiniamente rigenerante. Il matrimonio per me é questo, scoprirsi ogni giorno di fianco a un altro, imparare a immergersi nell’altro per capire sé stessi. É stato un anno di cambiamenti, ho lasciato casa, lavoro, continente, ma é stato soprattutto un anno di questa scoperta quotidiana che si chiama matrimonio.

Il mio pensiero in questo momento va alle amiche e agli amici che si stanno preparando al grande passo: godetevi a fondo questi mesi, o queste settimane, che mancano. Non stressatevi (troppo) e soprattutto … niente paura. Il bello deve ancora arrivare, e arriverá.

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Ah per chi vuole vedersi qualche foto di quel 10 aprile, eccole qua.

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LE NOTTI DI MEA SHEARIM.

Quando abitavo a Gerusalemme passavo spesso, di notte, dal quartiere degli ebrei ultraortodossi. Non per diletto ma perché era proprio a metà strada tra la casa del mio fidanzato e la mia. Così mi capitava di prendere l’ultimo autobus, alle 12.15, guidato sempre dallo stesso autista con la stessa espressione, che io avevo soprannominato Milhause per la sua somiglianza con il personaggio dei Simpson. Si era formato una specie di sodalizio muto e flebile tra di noi: lui mi accompagnava a casa e io gli giustificavo quell’autobus altrimenti vuoto. Mi sedevo al primo posto.

Gerusalemme è fatta di discese e di salite, e Milhause che aveva sempre voglia di finire il turno ci andava di pedale. Ma quando passavamo per Mea Shearim si incagliava, inevitabilmente. E dava a me l’occasione di osservare dal finestrino quell’habitat così insolito e indecifrabile. Ce l’ho negli occhi, e ancora mi stupisco di quanto a volte la realtà sia simile all’immaginario. Crocchi di uomini intenti a confrontarsi su qualche verità esistenziale. Tutti neri nei loro caftani, nelle barbe e nei pensieri. Donne che spingono passeggini malandati e fuggono verso casa evitando gli sguardi. Ragazzini con la faccia seria da adulti, che si annodano i boccoli alla fermata del bus. Il quartiere vive di movimenti rapidi, e ognuno sembra indaffarato come se gli mancasse qualcosa per terminare la giornata. Ma qualcosa di cruciale, senza il quale l’universo non avrebbe più funzione di esistere.

Mi venivano alla mente pagine di letteratura, le immagini fantastiche del Golem e le cospirazioni dei Savi di Sion. Ero impressionata da questa dimensione sotterranea, carica di una forza sconosciuta e distante dal resto del mondo. Ma nello stesso tempo mi sembrava tutto così normale. Come se, semplicemente, nelle notti di Mea Shearim si decidessero davvero le sorti del mondo.