IL BUS.

Per salire sul bus bisogna far la coda, ma prima ancora che il bus arrivi. E non si sa quando arriva. Quindi vai passeggiando sul marciapiede e a un certo punto vedi quindici persone in una coda ordinata che va verso il nulla, ma speranzose.

Poi arriva il bus e per entrarci c’è un tornello nella porta anteriore. Paghi il tuo biglietto al conducente, giri il tornello e ti cerchi un posto a sedere. Ma può capitare che il tornello si blocchi, e allora tutti passano gattonando al di sotto. Compresa la vecchina con l’artrite e il signore con la panza. A nessuno viene in mente che si potrebbe aprire la porta posteriore. Si gattona e zitti.

I bus sono di due tipi, quelli nuovi e quelli vecchi. O almeno io li distinguo così. Quelli nuovi sono come quelli europei, grandi, puliti, moderni. Nuovi insomma. Ma quelli vecchi… quelli sì sono un’esperienza tropicale. Il pensiero della prima volta è stato “praticamente un giro sulle montagne russe quasi gratis, e senza la cintura che ti lega al sedile”. Gli autisti vanno come i pazzi, incuranti di ciclisti semafori corsie altri bus e limiti di velocità. Di solito per completare l’esperienza ti attaccano un pezzo di reggaeton a volume notevole che ti allieta il viaggio. Ogni tanto sale qualcuno che attraversa il bus vendendo noccioline, biro o cioccolato. E di solito se ne esce con qualche frase che vuol rendere accattivante il prodotto ma finisce col rendere esilarante il suo venditore. L’ultimo era un vecchino con la faccia scompaginata e un mazzetto di penne in mano. Parlava veloce e quasi incomprensibile, ma ogni tre parole guardava verso il fondo del bus e diceva “va bene, un momento, adesso arrivo”. Nessuno lo aveva chiamato, ma la sua tattica era far finta che la sua merce fosse super richiesta, e sperare che qualcuno abboccasse e comprasse una delle sue fantastiche penne.

E poi c’è il transmillenio. Con questo nome uno si immagina, o almeno io mi immaginavo, una specie di navicella spaziale urbana futuristica, dotata di teletrasporto e con tutta la squadra di Star Wars alla guida. Ecco, non proprio. Il transmillenio è semplicemente una rete di bus con corsia indipendente e quindi in grado di superare in modo rapido ogni ingorgo. Ti permette di attraversare la città con tempistiche tutto sommato contenute, almeno considerando che Bogotà è immensa. E questo è un bene. Il male è che se ci capiti nelle ora di punta devi infilare gomiti dove non vorresti, respirare l’alito di almeno tre o quattro persone, e cimentarti in una lotta greco-romana quando arriva la tua fermata. Ma anche il transmilenio può riservarti momenti di allegria tropicale, come quando a una fermata sale un giovane cantautore dal dubbio talento e il signore di fianco a te inizia a cantare insieme a lui, con un trasporto che nemmeno i neomelodici napoletani. E tu vedi che gli mancano due denti davanti. Ma lui è felice perché il ragazzo con la chitarra ha preso proprio la canzone che gli ricorda la sua gioventù, e lui non si è scordato nemmeno una parola.

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