DI CALCIO E DI CARTA DA FORNO.

Mi fa tenerezza un Paese dove la gente segue le partite di qualificazione ai mondiali come se fossero, più o meno, i quarti di finale. In Europa guardiamo i mondiali, certo, ma non so in quanti abbiano seguito dal supermercato o dal posto di lavoro le qualificazioni degli azzurri a Russia 2018. Intendo anche le persone – come me – che s’interessano di calcio con la stessa intensità con cui seguono le oscillazioni della borsa di Copenaghen.

Ecco, qui è diverso. La Colombia, se si qualifica, è già a un passo dal paradiso. Così negli uffici ci si ferma, a scuola c’è sempre un professore che organizza la proiezione in qualche aula, e al telegiornale sai che comunque vada non parleranno d’altro (come dicevo qui).

Ti capita anche di star facendo la spesa in un grande supermercato, e tra il reparto alcolici e quello dei prodotti da bagno ti piazzano un bello schermo da cui seguire la partita. C’è l’addetto ai salumi che ti dice come avrebbe organizzato lui la formazione, e la signora col carrello che inizia a gridare ogni volta che ci avviciniamo all’area di rigore.

Poi sono finita vicino al reparto tecnologico, e pure lì avevano usato uno dei televisori in vendita per seguire la diretta. Su quello ho visto il gol di James Rodriguez (che per la cronaca ha segnato l’1-0 della vittoria). A un certo punto arriva una signora che vuole comprare proprio QUEL televisore, e inizia a prendere le misure mettendocisi giustamente davanti. Quasi partono i fischi dalla curva nord. Per fortuna capisce da sola che non è il caso e si sposta.

Io, tra le mie ricerche infinite di prodotti che tutto sommato mi sembrano normali (ho cercato per credo venti minuti la carta da forno, e dopo aver chiesto all’ennesimo omino del supermercato ho scoperto che l’avevano nascosta tra i detersivi…), dicevo io, tra una cosa e l’altra, mi sono divertita a vedere spezzoni di partita, ma mi sono divertita di più a vederli in quel contesto insolito. Ora, non mi immagino come sarà il prossimo anno se si passa la qualificazione.

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IL TELEGIORNALE.

I telegiornali colombiani durano un’ora e mezza. Uno dirà, ammazza ti raccontano anche come sta la nipote del Dalai Lama, gli ultimi spostamenti dei ribelli in Mozambico e le riforme interne che vuol fare la Nuova Zelanda. Macché, nulla di più lontano. Qui si parla solo ed esclusivamente di Colombia, almeno la prima ora. Lo scandalo degli appalti (ogni mondo è paese), la costruzione della nuova autostrada, il bambino azzannato dal cane, e avanti fino all’immancabile notizia sui saldi o sul caldo. Ogni servizio, 15 minuti di interviste a chiunque possa sapere anche lontanamente qualche dettaglio sulla vicenda, o voglia comunque dire la sua. Compreso quello sui saldi, dove la signora mostra i tre capi di abbigliamento appena comprati e fa il conto in diretta di quanto ha risparmiato.

Dopo un’ora di agonia lasciano per fortuna un piccolo spazio per le notizie internazionali. Che però vengono liquidate in tre rapidissimi servizi, mentre tu ti chiedi cosa mai sarà successo in tutto il resto dell’infinito mondo, e ti aggrappi alle ultime parole del giornalista sperando di captare un indizio. Ma lui ha fretta, perché dopo le notizie internazionali si torna alla Colombia, per i fantomatici “aggiornamenti”. Chissà se in questi dieci minuti scarsi la signora avrà trovato qualche altro maglioncino al 50% ?! Mah.

Per non parlare di quando c’è stata o ci sarà a breve una partita di calcio. Apriti cielo. I sette servizi dedicati alla partita scalano la classifica delle notizie e vanno per primi. Anche se a giocare è la squadra degli under20 di Zipaquirà. Intervista alla barista del locale in cui si ritrova un gruppo di tifosi, al venditore ambulante di ghiaccioli fuori dallo stadio, ai ragazzini che urlano eccitati come fosse la finale dei mondiali. Qui il calcio è sacro, e non c’è altra notizia che tenga.