IL MAR MORTO A BOGOTÀ

Sapevo che sarebbe finita così. Dopo tre giornate a macinare chilometri in questa città immensa, distribuendo CV a destra e a manca (bè il più delle volte lasciandoli in custodia a portinai annoiati che non riescono a ripetere il mio cognome senza sbagliare almeno tre lettere), l’imprevisto ha prevalso. No, non mi hanno chiamato per un colloquio. Però torno a casa con un fantastico cofanetto di creme esfolianti del mar morto. Anzi due, per la precisione. Sì perché mentre già stavo in cammino verso casa, con i miei 13.950 passi nelle gambe, sono casualmente passata vicino a un microscopico banchetto dove è bastata ad attirarmi la frase “…creme del mar morto”. A pronunciarla un simpatico ragazzo che si è poi rivelato un ottimo venditore. Non ho potuto trattenermi dal dirgli immediatamente: ehi, io ci ho vissuto cinque anni proprio vicino al mar morto. So che non aveva un gran senso ma il solo sentire nominare un luogo che conosco bene e che sta dall’altra parte del mondo (o quasi) mi ha galvanizzato. E così quello ha iniziato a passarmi roba sulle unghie sulle mani, creme, sali purificanti, creme, sali purificanti, e insomma ridendo e scherzando mi ha convinto che quei prodotti erano buoni. Quando mi è venuto in mente che probabilmente quella roba era prodotta in qualche colonia israeliana illegale era troppo tardi. Il mio senso etico è andato a farsi benedire di fronte alla pelle super morbida e alle unghie lucenti.

Comunque, il punto ora non sono le creme – che comunque sono contenta di aver qui accanto a me. Il punto è che il Medio Oriente continuerà a “perseguitarmi” per il resto della mia vita. Prima di partire da Gerusalemme mi disse Carla, la mia capa: “la Terra Santa forma come un buco nella vita di chi ci è stato e ci ha passato un tempo, un buco verso cui tutto converge”. Ed è così. Molte delle persone che conosco e che ci sono state, chi per breve chi per lungo tempo, prima o poi ci tornano. Con il pensiero o molto spesso fisicamente. Gerusalemme ha qualcosa di magnetico, difficile resistere. E noi di tanto in tanto ci facciamo una partita di Shesh Besh, come i vecchi nelle strade del quartiere musulmano della Old City. O andiamo a mangiarci un hummus in un ristorante libanese niente male. La domenica mattina facciamo colazione ascoltando Klezmer, che ci ricorda quel pazzo di Yonathan e la sua band.

Ok ora scusate ma ho in sospeso una manicure del mar morto. E poi speriamo che trovi anche un lavoro, sarebbe carino.

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LE NOTTI DI MEA SHEARIM.

Quando abitavo a Gerusalemme passavo spesso, di notte, dal quartiere degli ebrei ultraortodossi. Non per diletto ma perché era proprio a metà strada tra la casa del mio fidanzato e la mia. Così mi capitava di prendere l’ultimo autobus, alle 12.15, guidato sempre dallo stesso autista con la stessa espressione, che io avevo soprannominato Milhause per la sua somiglianza con il personaggio dei Simpson. Si era formato una specie di sodalizio muto e flebile tra di noi: lui mi accompagnava a casa e io gli giustificavo quell’autobus altrimenti vuoto. Mi sedevo al primo posto.

Gerusalemme è fatta di discese e di salite, e Milhause che aveva sempre voglia di finire il turno ci andava di pedale. Ma quando passavamo per Mea Shearim si incagliava, inevitabilmente. E dava a me l’occasione di osservare dal finestrino quell’habitat così insolito e indecifrabile. Ce l’ho negli occhi, e ancora mi stupisco di quanto a volte la realtà sia simile all’immaginario. Crocchi di uomini intenti a confrontarsi su qualche verità esistenziale. Tutti neri nei loro caftani, nelle barbe e nei pensieri. Donne che spingono passeggini malandati e fuggono verso casa evitando gli sguardi. Ragazzini con la faccia seria da adulti, che si annodano i boccoli alla fermata del bus. Il quartiere vive di movimenti rapidi, e ognuno sembra indaffarato come se gli mancasse qualcosa per terminare la giornata. Ma qualcosa di cruciale, senza il quale l’universo non avrebbe più funzione di esistere.

Mi venivano alla mente pagine di letteratura, le immagini fantastiche del Golem e le cospirazioni dei Savi di Sion. Ero impressionata da questa dimensione sotterranea, carica di una forza sconosciuta e distante dal resto del mondo. Ma nello stesso tempo mi sembrava tutto così normale. Come se, semplicemente, nelle notti di Mea Shearim si decidessero davvero le sorti del mondo.