QUANDO SPIOVE.

Si dice che gli avventurieri che arrivarono per primi da queste parti, lanciandosi alla scoperta di un enorme continente sconosciuto, alla ricerca di oro e altre bellezze, fecero una sosta proprio nel luogo dove sono stata oggi. Pioveva come Dio la mandava. Stanchi e fradici, si dissero “Fermiamoci qui, ci riposiamo, e quando spiove riprendiamo il nostro cammino”. Ma avevano sottovalutato la tenacia della pioggia tropicale.

Cosí grazie a quegli avventurieri e a quella pioggia incessante, lí é nata Bogotá. Piccolo borgo che oggi conta circa nove milioni di anime. Ho passeggiato per le vie di questo barrio, chiamato la Candelaria, che nasconde tante storie quanti sono i suoi angoli. Ho fotografato un po’, soprattutto il miei soggetti preferiti: porte, graffiti, ombre e vecchini.

L’album completo lo trovate qui.

IL BUS.

Per salire sul bus bisogna far la coda, ma prima ancora che il bus arrivi. E non si sa quando arriva. Quindi vai passeggiando sul marciapiede e a un certo punto vedi quindici persone in una coda ordinata che va verso il nulla, ma speranzose.

Poi arriva il bus e per entrarci c’è un tornello nella porta anteriore. Paghi il tuo biglietto al conducente, giri il tornello e ti cerchi un posto a sedere. Ma può capitare che il tornello si blocchi, e allora tutti passano gattonando al di sotto. Compresa la vecchina con l’artrite e il signore con la panza. A nessuno viene in mente che si potrebbe aprire la porta posteriore. Si gattona e zitti.

I bus sono di due tipi, quelli nuovi e quelli vecchi. O almeno io li distinguo così. Quelli nuovi sono come quelli europei, grandi, puliti, moderni. Nuovi insomma. Ma quelli vecchi… quelli sì sono un’esperienza tropicale. Il pensiero della prima volta è stato “praticamente un giro sulle montagne russe quasi gratis, e senza la cintura che ti lega al sedile”. Gli autisti vanno come i pazzi, incuranti di ciclisti semafori corsie altri bus e limiti di velocità. Di solito per completare l’esperienza ti attaccano un pezzo di reggaeton a volume notevole che ti allieta il viaggio. Ogni tanto sale qualcuno che attraversa il bus vendendo noccioline, biro o cioccolato. E di solito se ne esce con qualche frase che vuol rendere accattivante il prodotto ma finisce col rendere esilarante il suo venditore. L’ultimo era un vecchino con la faccia scompaginata e un mazzetto di penne in mano. Parlava veloce e quasi incomprensibile, ma ogni tre parole guardava verso il fondo del bus e diceva “va bene, un momento, adesso arrivo”. Nessuno lo aveva chiamato, ma la sua tattica era far finta che la sua merce fosse super richiesta, e sperare che qualcuno abboccasse e comprasse una delle sue fantastiche penne.

E poi c’è il transmillenio. Con questo nome uno si immagina, o almeno io mi immaginavo, una specie di navicella spaziale urbana futuristica, dotata di teletrasporto e con tutta la squadra di Star Wars alla guida. Ecco, non proprio. Il transmillenio è semplicemente una rete di bus con corsia indipendente e quindi in grado di superare in modo rapido ogni ingorgo. Ti permette di attraversare la città con tempistiche tutto sommato contenute, almeno considerando che Bogotà è immensa. E questo è un bene. Il male è che se ci capiti nelle ora di punta devi infilare gomiti dove non vorresti, respirare l’alito di almeno tre o quattro persone, e cimentarti in una lotta greco-romana quando arriva la tua fermata. Ma anche il transmilenio può riservarti momenti di allegria tropicale, come quando a una fermata sale un giovane cantautore dal dubbio talento e il signore di fianco a te inizia a cantare insieme a lui, con un trasporto che nemmeno i neomelodici napoletani. E tu vedi che gli mancano due denti davanti. Ma lui è felice perché il ragazzo con la chitarra ha preso proprio la canzone che gli ricorda la sua gioventù, e lui non si è scordato nemmeno una parola.

IL TELEGIORNALE.

I telegiornali colombiani durano un’ora e mezza. Uno dirà, ammazza ti raccontano anche come sta la nipote del Dalai Lama, gli ultimi spostamenti dei ribelli in Mozambico e le riforme interne che vuol fare la Nuova Zelanda. Macché, nulla di più lontano. Qui si parla solo ed esclusivamente di Colombia, almeno la prima ora. Lo scandalo degli appalti (ogni mondo è paese), la costruzione della nuova autostrada, il bambino azzannato dal cane, e avanti fino all’immancabile notizia sui saldi o sul caldo. Ogni servizio, 15 minuti di interviste a chiunque possa sapere anche lontanamente qualche dettaglio sulla vicenda, o voglia comunque dire la sua. Compreso quello sui saldi, dove la signora mostra i tre capi di abbigliamento appena comprati e fa il conto in diretta di quanto ha risparmiato.

Dopo un’ora di agonia lasciano per fortuna un piccolo spazio per le notizie internazionali. Che però vengono liquidate in tre rapidissimi servizi, mentre tu ti chiedi cosa mai sarà successo in tutto il resto dell’infinito mondo, e ti aggrappi alle ultime parole del giornalista sperando di captare un indizio. Ma lui ha fretta, perché dopo le notizie internazionali si torna alla Colombia, per i fantomatici “aggiornamenti”. Chissà se in questi dieci minuti scarsi la signora avrà trovato qualche altro maglioncino al 50% ?! Mah.

Per non parlare di quando c’è stata o ci sarà a breve una partita di calcio. Apriti cielo. I sette servizi dedicati alla partita scalano la classifica delle notizie e vanno per primi. Anche se a giocare è la squadra degli under20 di Zipaquirà. Intervista alla barista del locale in cui si ritrova un gruppo di tifosi, al venditore ambulante di ghiaccioli fuori dallo stadio, ai ragazzini che urlano eccitati come fosse la finale dei mondiali. Qui il calcio è sacro, e non c’è altra notizia che tenga.